About me

Questo spazio nasce con l'intenzione di condividere due mie grandi passioni: leggere e scrivere.
Qui troverete le recensioni dei libri che il destino mette sul mio cammino, quelli che scelgo per istinto in libreria o che mi sono stati consigliati.
Che siano classici o novità non ha importanza, l'importante è mantenere vivo l'amore per la lettura.
In più ogni tanto troverete le mie annotazioni, il mio punto di vista su ciò che mi circonda, ciò che coglie il mio sguardo sul mondo, come fosse un piccolo diario.
Il mio nome è Anna e vi do il benvenuto nel mio grande mondo!

Anna Crisci è nata a Firenze nel 1967, dove vive tuttora.
Autrice di commedie teatrali, scrive recensioni e
consigli di lettura sul sito Firenze Formato Famiglia e gestisce questo blog che è anche pagina Facebook dove tratta,
tra l'altro, di libri e spettacoli teatrali. Con il gruppo
ConsapevolMente si occupa di organizzare eventi per promuovere la figura femminile e la difesa della donna.
Nel 2017 ha partecipato con due
racconti all'antologia tutta al femminile “Squilibri”, edita
dalla Porto Seguro e ha pubblicato il suo primo romanzo "La lista di Clelia" anch'esso edito da Porto Seguro.



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mercoledì 18 luglio 2018

Questa calda estate 2018


L’estate è già iniziata, ve ne sarete accorti... 
Molti di voi sono già a crogiolarsi in pieno relax per godere del meritato riposo, altri invece stanno facendo il conto alla rovescia e mettendo a punto la lista delle cose da infilare in valigia.
Avete controllato bene? Siete sicuri di aver lasciato un posticino per un libro (o forse anche due chissà!)?
Casomai siate a corto di idee, ho deciso anche quest’anno di suggerirvi qualche lettura.
Prendete carta e penna e segnatevi quella che fa più al caso vostro.
Iniziamo dal calcio, non quello noto in chimica come metallo, ma lo sport.
Come? – direte voi – Ancora calcio? Sono appena finiti i mondiali e fra un mese ricomincia il campionato!
Uno dei libri che vi sto per consigliare è “George Best. L’immortale” di Duncan Hamilton ed. 66th and 2nd.


Adattissimo a chi del calcio proprio non può fare a meno, ma anche a chi ama le biografie.
George Best è stato un bravissimo giocatore e l’antesignano dei calciatori vip di oggi.
Una vita dissoluta, fatta di donne e alcol, insomma un romanzo in piena regola solo che è storia vera. Fidatevi…

Passiamo adesso a parlare di una vittoria al femminile tanto attesa. 



Dopo quindici anni il Premio Strega è stato finalmente assegnato a una donna. Helena Janeczek con il suo “La ragazza con la Leica” ed. Guanda, racconta la storia di un’altra donna, Gerda Taro, una grande fotografa che il mondo aveva un po’ dimenticato.

Per chi ama i racconti, vi suggerisco “Olive Kitteridge” di Elisabeth Strout ed. Fazi, la stessa autrice di “Mi chiamo Lucy Barton”. 


In questo caso si tratta di tanti racconti con un’unica protagonista: Olive, appunto, che con il suo sguardo attento racconta le vicende di una tranquilla cittadina americana.

Ultimo autore straniero della lista, Eduard Limonov, personaggio enigmatico e affascinate. Colto e dalla scrittura sciolta. Si è presentato all’ultimo Salone del Libro di Torino, oltre che con la guardia del corpo, con una storia autobiografica: “Zona industriale” ed Sandro Teti. 


Concorderete con me che un uomo che si è fatto dieci anni di carcere in Siberia, qualcosina d’interessante da raccontare lo deve pure avere…

Passando agli autori di casa nostra, vorrei proporvi piccole case editrici e almeno un caso di self publishing.
Per gli amanti del genere giallo, ci sono le indagini dell’ex geometra Vincenti, attualmente proprietario di un albergo nella provincia toscana e nato dalla penna di Maurizio Castellani.



La prima indagine di Vincenti è “La ventiquattrore. Delitto in albergo” ed. Kimerik, ma la serie si è già arricchita di ulteriori avventure.

Se invece avete voglia di scoprire una scrittura fine ed elegante come quella di Giulietta Casadei, vi propongo “Pasta fatta in casa” ed. Porto Seguro 


che non è un libro di ricette anche se ha tutti gli ingredienti per suggerirci, come dice il sotto titolo, che nella vita ci sono infinite possibilità.

In fine, “L’assonometria del caso” è l’ultima creatura di Chiara Miryam Novelli,



autrice poliedrica che ha già pubblicato con diverse case editrici e che questa volta ha provato con il self publishing. 
Un giallo psicologico che aiuta a riflettere sul senso del destino e sull’identità, in un gioco di specchi che riguarda il mondo interiore dei personaggi, ma anche ognuno di noi. Siamo davvero sicuri di essere unici?

Vi lascio con questi consigli di lettura, augurandovi delle vacanze che vi donino, perché no, anche il gusto piacevole del rientro.
Buone vacanza a tutti!

sabato 4 novembre 2017

Vi racconto una storia...

Qualche giorno fa vi ho promesso che avrei raccontato una storia, amando mantenere le promesse ed essendo la mia natura quella di una narratrice eccola qua...
Si tratta di una storia che ha a che fare con i desideri e una serie di fortunati eventi accadutami in questi ultimi mesi.
A febbraio ho compiuto 50 anni... eh si lo ammetto, sono una Pesci in piena regola. 
Al momento di spegnere le candeline, ho espresso un desiderio: forte, voluto, agognato. Insomma un vero e proprio desiderio, come quelli che si esprimono guardando la luna quando è piena oppure rincorrendo una stella che cade.
Forse, il fatto di aver espresso il desiderio davanti a candeline così importanti, è stato solo un caso, un piccolo particolare non determinante, ma a me piace pensare che ci sia un alone di magia dietro ogni avvenimento che accade nella nostra vita. 
Non è forse magia la vita stessa?
Due giorni dopo aver spedito nell'etere il mio desiderio, sono stata convocata per partecipare a un'antologia di racconti al femminile che mi ha dato l'occasione di conoscere altre scrittrici e collaborare con loro. Così è venuta alla luce l'antologia "Squilibri" pubblicata dalla Porto Seguro e che uscirà nei prossimi giorni.





Mentre la stesura dei racconti per l'antologia andava avanti, ho avuto modo di tirar fuori dal cassetto, dove attendeva come ogni sogno che si rispetti, il mio romanzo per affidarlo al suo destino.
Oggi, il figlio che è uscito di casa per cercare la propria indipendenza, è riuscito a realizzare quel mio desiderio, espresso con l'ingenuità di quando avevo sei anni, donandomi, non solo la felicità di una madre orgogliosa, anche l'emozione più simile all'amore che io conosca: la gratificazione di sé.
Il 9 novembre potrò finalmente toccare con mano la mia creatura e spero che voi possiate accoglierla con me. Nel frattempo l'emozione sale...



venerdì 27 gennaio 2017

Non dimenticare mai

Nell'estate del 2014 mi trovavo in Polonia per un'amichevole fra Fiorentina e Real Madrid, ed è stata la scusa per visitare Varsavia e Cracovia e conoscere un paese pieno di risorse e in continua crescita.

Un viaggio che consiglierei ad occhi chiusi, ma le cui impressioni non ho subito messo per iscritto perché significa necessariamente tirar fuori delle emozioni forti.
 
Non si può descrivere la Polonia e le sue bellezze, senza parlare della ricostruzione e della memoria.
Non potrei mai parlare di Varsavia, senza dire che è risorta dalle macerie, anche se proiettata nel futuro. Non posso raccontare Cracovia, senza associarla alla visita fatta ad Auschwitz e Birkenau. 


Oggi parlerò proprio di questo, dell'impatto che ha avuto su di me una giornata trascorsa in luoghi che si vorrebbe non fossero mai esistiti.
Se appartenete a quel gruppo di persone, purtroppo non troppo ristretto, che ancora oggi non conoscono la differenza tra campo di concentramento e campo di sterminio, tranquilli, una volta li non la dimenticherete mai più.



All'arrivo a destinazione, il pullman lascia i turisti all'accoglienza, perfetta e senza sbavature, del personale addetto alle visite, impeccabilmente professionale.
Le guide, che parlano ogni lingua, sono in gran parte giovani che riescono a trasmettere, nel corso delle loro spiegazioni, tutto il dolore che il loro popolo si porta dietro, come un bagaglio a mano e del quale non può e non vuole disfarsi perché sa che dimenticare sarebbe offensivo, innaturale e molto,  molto pericoloso.
La guida per gli italiani quel giorno si chiamava Eva e non la ringrazierò mai abbastanza per aver mostrato, spiegato e cercato di trasportarci in quel tempo, mai abbastanza lontano.
La nostra guida è stata capace di creare con noi una tale empatia, con ciò che quei luoghi significano, da lasciare, alla sottoscritta sicuramente, un ricordo indelebile di ciò che le fotografie non possono raccontare a pieno.

Più che i numeri sono gli oggetti, gli indumenti personali, le matasse di capelli a lasciare il segno.
Sapere che i deportati arrivavano con il sogno e la speranza di una nuova vita e che molti di loro morivano già, per fortuna, durante il viaggio.
Conoscere l'ironia cattiva del regime nazista che aveva circondato il ghetto di Cracovia, anticamera dei campi,  con mura che avevano l'aspetto delle lapidi dei cimiteri ebrei.
La crudeltà usata verso chiunque non corrispondesse al loro ideale.
 
Un progetto per eliminare non solo gli ebrei, ma tutte quelle categorie di persone vittime dell'orribile disegno di una follia:
etnie scomode, omossessuali, donne, vecchi e bambini che non fossero utili per il lavoro nei campi, malati, storpi.
La violenza e la pazzia degli esperimenti, lo sfruttamento di quelle vite che duravano non più di tre mesi, il disprezzo totale verso i propri simili.
Il commercio fatto di tutto ciò che poteva essere utile: capelli, denti, protesi.
 
Voglio essere onesta e probabilmente non politicamente corretta, prima di noi è entrato un gruppo di tedeschi e non ho potuto fare a meno di chiedermi, alla fine, con quali emozioni ne siano usciti loro.
Io, che mio malgrado appartengo ad un paese che era loro alleato, ne sono uscita sporca di una colpa che non potrà mai essere ripagata, mai perdonata.
 
Possiamo però fare qualcosa, se davvero lo vogliamo, guardarci intorno perché il mondo non sembra aver capito, anzi sembra piuttosto aver dimenticato.
Oggi è il giorno della memoria ed è giusto che ci sia, ma la memoria va coltivata ogni giorno perché ogni giorno nel mondo continua ad esistere l'odio e l'orrore della follia umana.
Questo è ciò che non dobbiamo dimenticare mai.
 
 
(Foto gentilmente concesse da Alessio Mancini)

mercoledì 25 gennaio 2017

Un giorno speciale per la letteratura

"Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?" (Una stanza tutta per sé, 1929)





Il 25 gennaio 1882, nasce a Londra Adeline Virginia Woolf, scrittrice, saggista e attivista, considerata come una delle principali figure della letteratura del XX secolo.
Attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi fu, nel periodo fra le due guerre, figura di rilievo nell'ambiente letterario londinese.
Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929).
"Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi"
I suoi lavori sono stati tradotti in oltre cinquanta lingue, da scrittori del calibro di Jorge Luis Borges e Marguerite Yourcenar.

A parte le notizie biografiche, rintracciabili liberamente su internet, è l'impronta che questa donna straordinaria ha lasciato e continua a lasciare la cosa più importante.
Sia come lettrice, sia come "scrittrice" (ed è con grande umiltà che mi definisco tale) ma soprattutto come donna, riconosco la grande immagine che Virginia Woolf  rappresenta nel mondo della letteratura.
Leggendo le sue opere Diario di una scrittrice e Una stanza tutta per sé, ho trovato non solo una grande insegnante ma anche grande affinità e amicizia. Una donna che precorreva i tempi, avanti nelle scelte e nello stile di vita. Nemmeno nel momento della morte ha rinunciato ad avere l'ultima parola e al suo diritto di scelta.
Oggi è l'anniversario della sua nascita e mi è sembrato giusto farle gli auguri a modo mio, un umile pensiero, da donna a donna, da scribacchina a scrittrice.
Augurandomi che ogni donna possa prendere esempio da lei, vi lascio con una sua celebre frase tratta ancora da Una stanza tutta per sé:
"Per tutti questi secoli le donne hanno svolto la funzione di specchi, dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell'uomo a grandezza doppia del naturale"
Auguri Virginia


mercoledì 16 novembre 2016

Due chiacchiere con Catherine Dunne

Ieri pomeriggio all'Enoteca Alessi in Via delle Oche, dieci donne riunite intorno ad un grande tavolo in legno e sedute su degli sgabelli, sorseggiando dell'ottimo prosecco, hanno incontrato la scrittrice irlandese più nota e seguita in assoluto: Catherine Dunne.
Gentile, ironica e disponibile, ha risposto alle nostre curiosità con la pacatezza e la semplicità che appartengono solo alle grandi donne.
Ha raccontato di come si svolge il suo lavoro creativo, del rapporto che instaura con i suoi libri e sul valore e l'importanza che la lettura ha avuto per lei.
Ognuna di noi ha posto le sue domande e lei ha dimostrato per esse curiosità e gratitudine.





 Naturalmente ho approfittato dell'occasione per porle anche io un paio di domande.
Riferendomi al suo ultimo libro "Un terribile amore", le ho chiesto se il fatto di aver scelto come origini per le sue protagoniste la zona dell'Estremadura in Spagna per il personaggio di Pilar e l'Irlanda per il personaggio di Calista e di aver fatto confluire l'intera storia in Estremadura, fosse stata una scelta che nascondesse un significato particolare.
Catherine ha spiegato che quando era studente ha avuto modo di conoscere la Spagna e che per scrivere il libro si è recata in Estremadura per delle indagini, cogliendo la somiglianza dal punto di vista sociale con l'Irlanda degli anni '70. Ha sottolineato poi quanto i luoghi possano essere utili nel processo creativo, proprio per le emozioni che trasmettono, così come i rapporti familiari che possono celare grandi fonti d'ispirazione.
Infine le ho chiesto quanto pensa ancora ci sia da fare per la situazione della donna, dal momento che nei suoi libri traspare il messaggio che le donne possono riuscire a trasformare le proprie debolezze in punti di forza.
La sua risposta è stata la seguente:
In un mondo dove viene eletto come Presidente degli Stati Uniti un uomo che ha così poca considerazione delle donne, c'è ancora tanto da fare.
In un sistema educativo dove le bambine vengono spinte a sembrare delle ventenni, in una realtà dove a una donna si chiede come ha potuto sopportare la violenza di un marito, ma non si chiede al marito perché è stato violento, dove solo alle donne è consigliato di non uscire con il buio, mentre la stessa raccomandazione non viene fatta agli uomini, c'è bisogno che le donne si riapproprino della coscienza di sé ed è fondamentale lavorare sulle nuove generazioni.
Si è concluso poi l'incontro con un piccolo aperitivo offerto dall'Enoteca, con foto di rito e i migliori auguri di Catherine per il nostro evento ConsapevolMente contro la violenza sulle donne che si svolgerà sabato 26 novembre e del quale si è dimostrata entusiasta.
Tornando verso casa, attraversando il centro di Firenze con un freddo che si era fatto più tagliente, non ho potuto fare a meno di pensare che ero stata seduta accanto a Catherine Dunne, avevo parlato con lei e che nemmeno la difficoltà della lingua era riuscita a farci sentire distanti.

martedì 20 settembre 2016

Signora a chi?

Capita anche a voi di provare uno strano senso di impotenza, che si trasforma velocemente in un tic nervoso, quando si rivolgono a voi chiamandovi "signora"?
Chissà perché a noi donne infastidisce cosi tanto.

Quando succede che le persone, sopratutto i giovani, si rivolgono a noi con quell'intercalare, a metà strada tra l'educazione e il dovere, definendoci "signora", è chiaro che non lo fanno per rispetto, né tanto meno perché pensano di catalogarci come donne di gran classe. Semplicemente ci vedono vecchie.
Ci dà fastidio eccome, perché tutto ci sentiamo fuorché fuori moda.

Quando eravamo noi i giovani, le donne dai trentacinque anni in su erano veramente delle "signore". Avevano figliato già due o tre volte, erano le mamme dei nostri amici, le nostre zie.
Le donne all'epoca erano mogli o zitelle ed entrambe vestivano con i tailleur, le più spavalde sostituivano la gonna con un pantalone e le camicette erano candide, mentre i capelli portavano la messa in piega gonfiata dai bigodini. Quelle che di loro non si sposavano venivano gentilmente chiamate "signorine".

Noi siamo mogli, single o conviventi, ma in compenso ci chiamano tutte "signora". 
Noi vestiamo con i leggins, jeans strappati e se ci va ci facciamo ancora le trecce. Ci sono mamme che vestono con pantaloni attillati e la sera vanno fuori con le amiche. Sanno gestire i social network e probabilmente si fanno più selfie delle figlie.
Ci sentiamo ancora ragazzine, siamo forse meno mature delle nostre mamme, abbiamo visto un mondo diverso e pieno di possibilità e proprio non ci va di farci mettere in un angolo da una definizione.

Resta il fatto che in autobus ti cedono il posto, quando si rivolgono a te lo fanno con un "scusi signora" e rimani senza parole, dopo che ti sei girata pensando che si rivolgessero ad altri e scoprendo che invece dicevano proprio a te.
Chissà se anche le nostre zie e le nostre mamme si sentivano così, ancora piene di energie, ma già considerate da rottamare.

Credo che una delle ragioni che possa giustificare il nostro scompenso risieda nel fatto che la vita della donna si è arricchita di orizzonti. Non esiste più solo ed unicamente la famiglia, intesa come qualcuno da accudire e solo ed unico obiettivo, ma si è aggiunto il lavoro, l'importanza dell'avere i propri interessi e la varietà di relazioni esistenti nella vita di una donna, oggi considerata normalità, ma un tempo guardata come cosa di cattivo gusto. Varietà di relazioni che insegnano alla donna a non fare di un uomo il centro della propria vita, a mostrarsi curiosa del mondo e a rialzarsi dopo una sconfitta, spingendola a cercare ciò che è meglio per lei e probabilmente facendola sentire eternamente una teenager.

giovedì 15 settembre 2016

Mamme forever

Se avete sempre pensato che ferragosto sia il giorno dell'anno più rappresentativo per definire l'italiano medio, non vi siete mai trovati davanti ad un qualsiasi istituto il primo giorno di scuola.
Averne una davanti casa mi permette, mio malgrado, di avere contatti quotidiani con una delle lobby più fanatiche e potenti che esistano: le mamme.

Premesso che non ho niente in contrario alla costruzione di una famiglia e alla procreazione, comunque la si intenda, resta il fatto che fondamentalmente alcune mamme (non tutte per fortuna, ma una buona fetta si) minano seriamente la mia indole pacifista.Hai un figlio? Ok, siamo felici per te. Ne hai fatti due o più? Va bene, se è quel che volevi.
Ora però, spiegaci perchè tutto questo ti fa pensare che l'universo si apra in due per farti passare, neanche fossi Mosè davanti al Mar Rosso.



Ho visto mamme occupare l'intero marciapiede con un passeggino vuoto, tenendo per mano il loro bimbo che ormai cammina meglio di loro, creando code che nemmeno sulla Salerno-Reggio Calabria...
Ho osservato gruppi massonici, riuniti fuori dalla scuola a discutere animatamente del metodo usato dalle insegnanti, formati dalle stesse mamme che poi passano la giornata a fare i troll sul gruppo wathsapp per decidere di che colore devono essere le tovaglie per la festa di classe.
Non è raro trovarsi di fronte a piccoli diavoli assatanati ai quali non viene insegnato neanche l'abc dell'educazione, con la scusa che poverini sono piccoli. 


Nonostante tutto, se pure vivono il loro ruolo di madri come fossero le depositarie del Santo Graal, hanno due ottimi motivi per essere felici dell'inizio della scuola:
1) finalmente si liberano dei loro adorati figli. L'inizio delle scuole coincide per molte di loro con l'inizio delle vere vacanze.
Sanno, che una volta lasciati alle insegnanti, potranno andare dove gli pare, che può voler dire a lavoro, visto quasi come un'oasi di pace, a fare la spesa, senza sentirsi tirare per la camicia e libere di girare fra gli scaffali scegliendo con cura una crema, o in palestra dove è vero che corrono, ma su un tapis roulant e non dietro a terminator. Possono fare a meno per qualche ora della baby sitter, di suocere incapaci (perchè son sempre loro quelle meno adatte ai loro figli, fateci caso) oppure di ore passate con i bimbi senza sapere cosa fargli fare in alternativa a cartoni animati dell'ultima generazione, sparati in tv come fossero missili;
2) finalmente possono riprendere le attività del loro gruppo whatsapp preferito, il "GRUPPO MAMME FOREVER".

mercoledì 14 settembre 2016

Luoghi comuni

Circa un mese fa mi trovavo all’aeroporto di Dusseldorf in attesa di una coincidenza quando, durante l’eterna conversazione sulle differenze tra uomo e donna, mi sono sentita fare la seguente obiezione: 
“La maggior parte delle donne è acculturata. Legge, va a teatro, insomma sono tutte abbastanza omologate.”.

Dicesi Omologazione: "conformazione agli standard sociali e ai modelli culturali dominanti, con la perdita della propria specificità".(Cit. Dizionario)

Peccato che l’amore che le donne nutrono per la lettura, il teatro, ogni forma d’arte, la cultura in genere, sia proprio il motivo principale per il quale non possano essere in alcun modo omologate.
Come potrebbe tutto ciò farci perdere la nostra specificità?
Al contrario, va solo ad accentuare le nostre mille sfaccettature, quelle che ci rendono uniche. Allarga i nostri orizzonti, apre le nostre menti. 
Se c’è una cosa che rende liberi è proprio la cultura e per cultura intendo tutto ciò che forma il bagaglio di esperienze di una persona, che non è da confondersi con il titolo di studio altisonante. 
Conosco persone laureate che potrebbero essere utilizzate al posto delle cavie per gli esperimenti sulla ricerca dei neuroni fantasma.
Basta trovarsi in un posto affollato ed ascoltare le conversazione della gente per capire che il mondo va avanti a forza di luoghi comuni quindi mi sono chiesta, a parte il fatto che amiamo tutte quelle cose noiose come i libri e il teatro e che non servono a niente, quali altri sono i luoghi comuni entro i quali gli uomini amano circoscriverci?
Ci ho pensato un attimo e me ne sono venuti in mente alcuni:
- Viviamo in eterna competizione fra di noi e non per grandi ideali, ma semplicemente per accaparrarci un misero lui;
- Abbiamo come unici obiettivi: il matrimonio e i figli;
- Facciamo figli per non andare più a lavorare;
- Cerchiamo l’uomo che ci possa mantenere;
- Siamo gelose ed estremamente invidiose di tutte le donne, compresa la loro madre;
- Ogni osservazione fatta su un’altra donna è frutto della gelosia, a meno che ovviamente la donna in questione non sia da loro considerata un cesso;
- Vogliamo limitare la loro liberta e tenerli legati a noi, sottoposti alla sudditanza eterna;
- Ci conoscono come le loro tasche perché alla fine siamo tutte uguali.
E infine, la perla delle perle:
- Le grasse hanno la cellulite, le magre no.
E su questo punto vorrei che tutte le donne si alzassero in piedi e facessero la ola, anche le magre dai.
A voi vengono in mente altri luoghi comuni?
Coraggio donne, non siate timide, vi sto dando carta bianca…

martedì 13 settembre 2016

A me gli occhi please

Non pretendo che quando parliamo gli uomini ci guardino negli occhi, spesso evita di farlo anche il mio cane. Se però riuscissero a non fissarci con indagine scientifica ad altezza sterno e si concentrassero sul labiale, potrebbero almeno cercare di intuire ciò che stiamo dicendo.
Mi è capitato sere fa a cena a casa di amici, quando ho fatto i miei complimenti ad un uomo per la sua cucina e lui ha gentilmente ringraziato la mia quarta di seno. Poi nuovamente mi è capitato questa mattina quando ho chiesto un'informazione a tre uomini diversi per età, professione e provenienza perché di donne a portata di mano non ce n'era, altrimenti ne bastava una e con la risposta esatta. 
Non solo non sono riuscita a sapere quel che volevo, ma ho anche dovuto seguire un corso di aggiornamento rapido sull'interpretazione delle espressioni facciali.
Niente da fare, ho dovuto farmi la domanda e darmi la risposta.
Non ve la prendete uomini, vi amiamo lo stesso e sopratutto per la vostra smisurata semplicità.

venerdì 1 luglio 2016

Dal carcere


Ci sono molti modi di finire in carcere, noi abbiamo scelto di entrarci grazie ad un mezzo universale come il teatro.

Quindici giorni fa abbiamo mandato via mail al Carcere di Sollicciano il nostro documento d'identità perché fosse controllato e accettata, o meno, la nostra richiesta di poter assistere allo spettacolo "Dal carcere" della Compagnia di Sollicciano. 
La sera dello spettacolo ci presentiamo come richiesto alle ore 20, in Via Minervini alla Casa Circondariale del carcere.
Abbiamo consegnato il documento in originale e siamo stati scortati all'interno.

Per noi fortunati che viviamo al di fuori di quella realtà, ci pare di entrare in un complesso industriale, una fabbrica, questa è l'apparenza. Arriviamo a metà percorso e dopo aver pagato il biglietto ci viene chiesto di lasciare borse e cellulare negli armadietti. Ci viene quindi affidata una chiave registrata a nostro nome e che restituiremo all'uscita.
Fatto ciò ci avviamo al teatro, non prima di essere salutati dalla voce di un detenuto che ci urla qualcosa, dalla sua cella in una costruzione piu distante, mentre osserva il nostro arrivo che forse gli sarà parso un'intrusione.

Veniamo accolti da tre personaggi con indosso il classico costume da carcerato e sul volto delle grandi maschere che rappresentano brutti ceffi. La scelta di travestirsi come l'immaginario collettivo pensa sia un detenuto l'ho trovata molto ironica, ma non senza una punta di provocazione che a malincuore ho dovuto accettare.

A sipario chiuso abbiamo udito il "merda, merda, merda" che ogni compagnia teatrale grida prima di andare in scena e spontaneo l'applauso del pubblico ha sancito il rito scaramantico.
Scenografia essenziale sulla quale troneggia un grande orologio, simbolo di ore, giorni, anni. Tutti uguali, sempre gli stessi, infinito tempo.

Quattordici gli attori in scena.
Si attori non detenuti, su quel palco erano uomini liberi di raccontarsi, di cercare di spiegarci il loro mondo dietro a mura di cemento.
Così parte il racconto delle loro vite in carcere, da quando entrano a quando usciranno. Non ha importanza il motivo per cui sono li, ma quello che il carcere fa provare loro.
Tanta auto ironia, simpatia, emozioni, in un testo di cui sono anche autori: "il carcere è l'unico posto dove ti muovi, ma rimani sempre fermo".

Alla fine la domanda che ci pongono, usando il codice cifrato che i detenuti usano per comunicare a distanza con la sezione femminile, e che ci hanno insegnato condividendolo con noi, è "il carcere funziona?"

La maggior parte dei detenuti sopravvive al carcere grazie all'uso di psicofarmaci. Gran parte di loro una volta usciti ci torneranno.
Un terzo dei decessi è dovuto al suicidio.
Per noi che siamo usciti e tornati alle nostre vite è stata un'esperienza, per quanto suggestiva, momentanea. Sta a noi fare in modo di non dimenticare per far si che qualcosa possa cambiare.
"Il carcere l'ha inventato qualcuno che non c'era mai stato"( Riso amaro di G. De Santis)

mercoledì 22 giugno 2016

Mondi paralleli

È vero quel che si dice della lettura, che ti permette di viaggiare, conoscere luoghi incredibili e personaggi unici, com'è vero che leggendo ci si perde, si viene trascinati,  sospinti in avanti.
Il tempo si distorce, sembra di trovarsi in un'altra dimensione e non è difficile, così concentrati, bucare una fermata dell'autobus o perdere di vista il tabellone, mentre si è in fila in qualche ufficio pubblico.


In questo periodo, in cui sto approfondendo la mia conoscenza con Murakami, autore che ho già avuto modo di apprezzare e che consiglio vivamente, non è certo un caso se la popolazione giapponese a Firenze sia aumentata in maniera esponenziale.
Non mi riferisco alla concentrazione turistica nel centro storico, a cui i fiorentini sono avvezzi ormai, ma all'incremento che sto notando in questi giorni, sopratutto di donne e ragazze giapponesi, nella mia zona molto periferica e dovunque io mi trovi.
Sono in tramvia?  Salgono giapponesi.
Sono ferma ad un semaforo? Vicino  mi trovo una giapponese.
Qualcuno mi cammina davanti? È una giapponese.
Che poi si riconoscono subito anche viste da dietro, vuoi per la corporatura, per il modo di camminare, di portare i capelli, lo stile tutto loro di vestirsi.
Non è facile che un'italiana indossi dei mocassini di pelo maculato, in questa stagione almeno...


Così diventa difficile alzare gli occhi dalla pagina e pensare ad altro. Anche se chiudi il libro ti sembra di essere sempre li, dove hai messo il segno. 
Non  puoi fare a meno di chiederti se è la storia che ti è entrata dentro oppure sei tu che sei finito nelle sue trame, intrappolato fra le pagine.



Una sensazione non facile da spiegare a chi non subisce il fascino della lettura. È come camminare tra la folla racchiusi in una bolla a tre metri da terra, si è presenti nel mondo reale e allo stesso modo stiamo vivendo le emozioni dell'altro, quello racchiuso nel libro.
Ad ogni modo per scaramanzia stasera eviterò di alzare lo sguardo verso il cielo, hai visto mai che poi saltano fuori anche due lune...Murakami docet

lunedì 13 giugno 2016

Istantanea

Un pover uomo, sul marciapiede di fronte a dove mi trovo in attesa dell'autobus, per avere una indicazione ha dovuto aspettare, non senza una certa espressione di incredulità sul volto, la terza persona a cui si è rivolto. 

Una signora di una certa età ha fatto finta di non vederlo, probabilmente doveva correre a casa, magari ad insegnare ai nipoti in quale punto esatto ci si scambia il segno della pace durante la messa. 
Lo studente che è passato subito dopo lo ha scanzato come la peste, troppo preso forse a programmare il suo futuro luminoso in un paese straniero, dove sarà lui con tutta probabilità ad essere guardato con sospetto. 

Infine è venuto il turno di una ragazza impegnata con gli auricolari in una conversazione telefonica, la meno adatta in apparenza a cui chiedere attenzione, ma lei si è sfilata le cuffie, ha ascoltato la domanda e dato gentilmente e sorridendo l'indicazione.

Per precisione l'uomo in questione, ben pettinato e ben rasato, era un tipo distinto che indossava una camicia chiara su dei pantaloni blu di ottimo taglio e con delle scarpe belle ed eleganti. 
Qui non si tratta di aver paura dell'uomo nero, ma del prossimo in generale.
 
 
Andiamo di fretta e non abbiamo neanche il tempo di vedere gli altri, di ascoltarli, figuriamoci se si tratta di sconosciuti. Siamo completamente presi da noi stessi e senza il minimo interesse per l'altro, a meno che non rientri nella cerchia di nostro e per nostro interesse. 
Ci affiliamo a grandi cause con il minimo impegno di un temporaneo cambio di profilo, dimenticandoci che il mondo la fuori è il riflesso del nostro selfie più riuscito.

domenica 29 maggio 2016

Beati gli uomini!

    Stavo riflettendo su quanto sono fortunati gli uomini.Veramente molto più di quanto lo siamo noi donne, povere stelline.
    Beati gli uomini, a cui basta un tacco dodici e una minigonna per dichiarare l'esistenza di uno stacco di coscia degno di essere esposto agli Uffizi.
    Beati loro che notano i difetti nelle loro donne e improvvisamente, colpiti da cecità, non vedono la cellulite nelle altre, inconsapevoli che all'arrivo delle prime mestruazioni ogni donna vi cede per una semplice questione ormonale. La stessa che all'arrivo dei quaranta li fa tornare bambini.

    Beati quelli che cercano le donne giovani, credendo che per osmosi le ventenni possano trasmettere la giovinezza anche a loro. Ignari che Narciso è annegato nella sua superficialità e che casomai è più facile che si avviino verso l'Alzheimer. Sciocchini!

    Beati tutti gli uomini che incuranti del loro giardino ammirano l'erba del vicino a destra, dimenticandosi che il vicino di sinistra probabilmente sta annaffiando la loro.

    Beata la loro ingenuità e il solo credere che una camicia bianca quando sono abbronzati faccia la differenza. Il pensare che tutti gli sguardi siano per la loro magnificenza anziché per gli innumerevoli difettucci che lo specchio, colpevole e quasi mai sincero con loro, dimentica di mostrargli.

    Noi donne non abbiamo questa fortuna: la loro facilità di adattamento, la soggezione innata ai miraggi, la presunzione di piacere a prescindere.
    Per natura siamo più esigenti e non ci facciamo confondere dagli orpelli. Un bel vestito, le buone maniere, l'offerta di una tavolo in un locale non ci ingannano, tranquilli.
    Se dovessimo limitarci a giudicare dall'effimero aspetto esteriore nessuno di loro si salverebbe perché se c'è una cosa che siamo in grado di fare noi donne, è riconoscere la differenza tra un uomo che sa di fuffa e quello che non ha bisogno di pronunciare neanche una parola.

    L'immagine sottostante è per puro esempio esemplificativo a dimostrazione di quanto noi donne, seppure gli uomini lo ignorano, siamo esigenti e interessate ai beni culturali, credo infatti che rappresenti benissimo la classica opera da esporre alla Galleria degli Uffizi, sperando che nella sua naturalezza non faccia sfigurare lo stacco di coscia citato all'inizio...

giovedì 5 maggio 2016

Gli amanti della sputacchiera

    Potrebbe qualche rappresentante del genere maschile spiegarmi la necessità biologica per cui gli uomini hanno l'abitudine di sputacchiare?
    Lasciando da una parte gli anziani con le problematiche legate all'età, parlo di quella fetta che va dai dieci anni ai quaranta e più.
    Non mi riferisco alla gara "a chi sputa più lontano" che i maschietti fanno a sei anni, che si trasforma nel crescere nel "a chi ce l'ha più lungo" e che purtroppo in alcuni casi mantiene una certa similitudine fra le due cose.
    Segnalo invece l'abitudine che si va consolidando negli adolescenti in erba.

    Se accantoniamo la possibilità di una qualsiasi disfunzione alle ghiandole salivari, la domanda potrebbe essere che si tratti dell'imprinting tanto decantato da Konrad Lorenz oppure di un semplice gesto di imitazione tra coetanei per sottolineare l'appartenenza al genere maschio.

    Sappiate cari "maschi" che provocate nel genere femminile un tale disgusto che difficilmente sarete capaci di far dimenticare con eventuali acrobazie sotto le lenzuola.
    Nella loro mente siete e rimarrete gli amanti della sputacchiera, oggetto che vorrei ricordare non è di moda ormai da tempo nemmeno nei circoli più esclusivi.
    Osservarvi alle fermate degli autobus, al distributore mentre fate benzina o quando parlate con i vostri amici e capire che per voi c'è una certa relazione fra emettere parole e sputare, è veramente inquietante e fa sorgere dubbi sulle teorie evolutive universalmente accettate.

    Penso che la risposta al quesito su tale comportamento di alcuni soggetti la possano dare solo gli uomini, un po' per l'appartenenza di genere, alla quale tengono tanto, un po' perché sarà divertente sentirne le eventuali giustificazioni in quanto eternamente complici, fin da quel giorno in cui facevano a gara a chi sputava più lontano.

martedì 5 aprile 2016

Vedrai, ti piacerà

Quando avevo più o meno tredici anni, ribelle com'ero e come sono ancora oggi alle imposizioni, vedevo la lettura solo come un compito obbligatorio dettato da insegnanti che non avevano niente a che fare con l'amore per l'insegnamento, e nessuno di quei libri obbligatori ha mai lasciato un segno nella mia memoria.
Fortunatamente però gli insegnanti nella vita non sono solo quelli che ricoprono il classico ruolo scolastico perché non hanno avuto altre opportunità, ma tutte quelle persone che ti lasciano un segno e che trasmettono lezioni senza neppure sospettarlo. 
Ricordo benissimo quel giorno.
Mi trovavo con la mia Tata nel suo appartamento, situato sullo stesso pianerottolo dove vivevo con la mia famiglia, in un palazzo a quattro piani nella periferia di Firenze.
La luce primaverile illuminava tutta la casa e noi, come d'abitudine, in cucina affrontavamo grandi conversazioni.
Quella mattina avevo fatto presente la mia antipatia per la lettura e l'inutilità che per me rappresentava.
Colsi lo sguardo di preoccupazione misto a incredulità nei suoi occhi, si alzò in silenzio, mi fece strada verso il salotto e con gesto preciso di chi sa benissimo cosa prendere, tiro' fuori dalla sua libreria un libro, me lo porse e con l'aria sicura mi disse:
"Leggi questo,  vedrai ti piacerà".
Lo presi per educazione devo ammetterlo, pensando all'ennesima imposizione da parte di un adulto e sapendo benissimo che mi avrebbe poi chiesto cosa ne pensavo e trovandomi nella situazione di non volerle dare un dispiacere, cominciai a leggerlo.
Si trattava di "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austin.
Mi innamorai di quel libro e provai uno strano dolore, mai provato prima, nel doverlo restituire. Era cambiato qualcosa in me e nel mio modo di vedere i libri, ma quando tornai a chiederne un altro non ero così certa che ne esistesse davvero uno altrettanto interessante.
Lei allora, sempre con il suo fare sicuro, tiro' fuori "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee.
Due libri che non avevano a che fare l'uno con l'altro, due scrittrici donne è vero, però differenti tra loro, come provenienza geografica quanto appartenenti ad epoche diverse.
Mi chiedo oggi se non fu questa una scelta della mia tata ben studiata e consapevole per introdurmi alla lettura. Non mi stupirebbe, dal momento che era una donna moderna e dalle idee aperte nonostante l'epoca in cui era cresciuta, aveva attraversato indenne entrambe le due grandi guerre e deciso di vivere secondo i suoi valori e non quelli dettati da una società bigotta.
Un personaggio interessante da raccontare, come potete ben immaginare...
Fu in quel periodo che si formò in me la lettrice che sono oggi, divenni indipendente nella scelta delle storie da leggere e cominciai a nutrirmi di libri come fossero il pane necessario alla mia anima.  
A scrivere invece avevo cominciato un po' prima, una volta preso possesso della penna fui capace di fermare sul foglio la fantasia che da sempre era stata un rifugio per la mia mente fin troppo sensibile al mondo esterno.
Ho letto e continuerò a leggere tutto ciò che attrae la mia attenzione, con la curiosità tipicamente femminile, certa che non avrò mai abbastanza giorni per leggere quel che il genio umano regala ad un lettore.
Amo possedere i libri e custodirli perché voglio tornare da loro ogni volta che ne sento il bisogno, per sfogliarli come si sfogliano i ricordi impressi nella memoria.
Oggi so per certo che le due cose,  lettura e scrittura, sono inscindibili per me e che quei due libri, dove con l'ironia di Jane Austin viene sapientemente sussurrata l'indipendenza della donna dalle regole sociali nell'uno, e dove Harper Lee proclama la necessità dell'uguaglianza fra tutti gli esseri umani,  nell'altro,  hanno giocato il loro ruolo nel forgiare la donna che sono oggi e di cui, non ho timore ad ammettere, vado fiera.